story – CultMag https://www.cultmag.it Viaggi culturali Sat, 13 Feb 2021 23:19:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.1.6 104600578 Based on a true story https://www.cultmag.it/2014/03/14/based-on-a-true-story/#utm_source=rss&utm_medium=rss https://www.cultmag.it/2014/03/14/based-on-a-true-story/#respond Fri, 14 Mar 2014 07:16:32 +0000 http://claudiastritof.com/?p=764 Un anno di lotta. Un anno in cui il giardino delle suore dove alloggiavamo a Verona era ricoperto da una coltre bianca di neve. Come tanti fermo immagine, il tempo passava: la neve iniziò a sciogliersi e i primi fiori a germogliare timidamente dal terreno. Piccoli fiori che abbiamo visto crescere, giorno dopo giorno. Il tempo scorreva: era giunta l’estate e poi di nuovo l’invernale vento freddo.

I fiori erano ormai appassiti in quel giardino segreto così come il tempo di Mari era ormai giunto al termine.

Il dolore è una ubriacatura colossale. Le sensazioni di un dolore forte sono quelle. Ma nessuno me l’aveva mai detto. Il dolore che si prova quando si è piccoli è diverso. Pian piano si assimila, si abbraccia e si cresce con esso. Ma quando si è grandi si pensa continuamente e alcune volte questi pensieri possono far male come mille stilettate al ventre.

Il dolore è un sentimento che si prova spesso nel corso della vita, dovrebbe rafforzarci e le sofferenze dovrebbero renderci coraggiosi.

Sto cercando di riconquistare questa “forza”, anche se non è semplice. A 26 anni, appena compiuti, un male abominevole ha portato via la mia metà razionale, mia sorella, e tutta la forza che si è avuta fin a quel momento all’improvviso svanisce.

Spesso vengo risucchiata dal divano cercando di pensare ai momenti felici ma ciò che sopraggiunge come un mostro dalle tenebre è il ricordo di un anno di malattia.

Mi dicono che i ricordi felici arriveranno… un pò come avveniva in Peter Pan. Prima o poi quei pensieri ci faranno volare, e forse sarà così, forse le favole non mentono, sono pillole che addolciscono i momenti di tristezza.

Ma ora è difficile. E’ difficile scrivere ciò che si prova in questi momenti. Alterno momenti in cui colta da una fiacca adrenalina faccio ordine, momenti in cui mi butto sul divano, momenti in cui leggo o scrivo. Guardo qualche foto, ma anche quello fa male. Avvicinarsi ai suoi libri, ai suoi vestiti e alla sua camera non se ne parla. Era così bella, ora io invecchierò e lei porterà per sempre il vestito color rubino che le stava d’incanto.

E’ come se vivessi sospesa a mezz’aria, cercando di non farmi troppe domande per paura di darmi delle risposte. Tutte le certezze che avevo prima vacillano. Dicevo: “dopo la morte? Nulla!!”, ora spero che lei non soffra, che non sia sola, che sia con mio padre e che non senta freddo.

“Dove sarà? Ci vedrà? La rivedrò?” Domande a cui nessuno può rispondere. Continui pensieri che assillano la mente. Forse anche lei fluttua come i miei pensieri, cerca una via e un modo per ricominciare.

Avrei tanta voglia di sapere se sta bene. Vorrei sapere se la malattia che l’aveva così tanto trasformata alla fine sia stata finalmente sconfitta e se mia sorella sia tornata la solita sister sorridente e qualche volta un po’ arrabbiata verso il mondo.

Con Mari ho foto da quando sono nata, con lei condividevo gioie, pensieri, litigi da sorella, regali, telefonate lunghissime e messaggi da appena sveglie al mattino presto prima di incominciare a studiare.

E ora? Chi farà tutto questo con me? Chi mi correggerà la tesi prima di inviarla al prof? Chi mi spronerà a non aver paura?

Che strana cosa il dolore… e che strana cosa la perdita.

Quando guardavo il film A time for dancing piangevo sempre quando alla fine leggevo: “basato su una storia vera”. Non sapevo che quella storia sarebbe diventata la nostra. In un anno è successo di tutto. Un anno. Gli anni passano così inutilmente, noi non ci accorgiamo del tempo che scorre, ma lui ci divora. All’improvviso tutto cambia.

Mi ponevo un unica domanda: “Perchè?”. Mi dicevo c’e ancora Speranza. E allora partiamo per Lourdes.

Da quella vasca io non sono uscita asciutta. Ma ho pregato. Mari ci credeva veramente e quegli occhi pieni di tranquillità e speranza, davanti al prete, non potrò mai scordarli. Erano così dolci e pieni di luce. Forse il miracolo era destinato a qualche altro fedele. Noi ci abbiamo creduto. Lei ci ha creduto.

Ora invece continuo a ripetere: “evabbè”. Tutto unito, sospirando. Come se questo fosse il destino che ci attendeva. Così era scritto ma non lo sapevamo. Quello che rimane è una fotografia annerita. Una pellicola esposta alla luce prematuramente e ormai bruciata. Ma non è persa, questo sbaglio del destino può insegnarci a rendere unica quella foto. Forse si deve solo aspettare e scrivere sulla pellicola, graffiarla con segni sinuosi in modo che diventino ricordi cicatrizzati sulla pelle. Un dolore che non si cancella e io voglio fidarmi di chi mi dice che presto queste sensazioni si trasformeranno in altro. Ma fa male. Non devo dimenticare che “è come se fosse qua con me”, ma al momento è una magra consolazione. Lei non c’è e non ci sarà.

In questo periodo ho ricevuto molte parole, lettere e frasi di una dolcezza infinita. Non mi sarei mai aspettata tutto questo amore, ma ogni singola parola, anche la più timida e impaurita, mi ha, e ci ha, dato forza. Storie e ricordi che fanno bene, piccoli graffi che iniziano a scalfire quella superficie così spessa come pietra lavica. Piccole fiammelle d’amore così luminose che a momenti risplendono e ti accarezzano il volto con gentilezza, sperando che prima o poi l’equilibrio si ristabilisca e al dolore subentri la gioia dei ricordi.

Come ho sempre sostenuto l’arte aiuta a farci capire il mondo e i piccoli cambiamenti che avvengono in noi e che spesso sottovalutiamo. Allora la prima opera che mi è venuta è in mente è quella  dell’artista Sam Taylor Wood: A little Death. Descrive perfettamente quello che ho visto in un anno di vita: la trasformazione del corpo, la perdita, la morte. Caravaggio rappresentò diverse vanitas e la mela bacata era il simbolo di morte e caducità ma la Wood attraverso il video fa vedere la decomposizione del corpo, giorno per giorno. Il lento appassire della vita. Immagini forti, colte in un tempo lungo ma concentrate in un breve video, che altro non è che la vita.

Questo scritto nato per me stessa e come sfogo personale, è stato letto da mamma in chiesa per il trigesimo di Mari, abbiamo deciso di condividerlo con tutti coloro che ci hanno mostrato il loro amore, parole sicuramente non felici, ma piene di forza d’amore. Un modo per ringraziare chi prova a donarci il loro amore e ci abbraccia con il pensiero.

Io non sarei mai riuscita a leggerlo. Posso scrivere e scrivere… ma non leggere i miei pensieri. Mamma ha avuto questa grande forza con la mano tremolante e la voce distrutta dal dolore, ma forte e ferma. Un amore infinito.

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Vite consumate pubblicamente: Nan e Terry https://www.cultmag.it/2014/01/10/vite-consumate-pubblicamente-nan-e-terry/#utm_source=rss&utm_medium=rss https://www.cultmag.it/2014/01/10/vite-consumate-pubblicamente-nan-e-terry/#respond Fri, 10 Jan 2014 19:14:00 +0000 http://claudiastritof.wordpress.com/?p=1131 Tanto tempo fa – quando ho aperto questo blog – l’intenzione era quella di parlare di fotografia e di arte, ma ultimamente, per varie coincidenze e contingenze ho scritto con maggior assiduità della mia vita personale.

Negli ultimi mesi ho scoperto l’importanza del diario pubblico, perché, attraverso questo ho conosciuto persone e condiviso storie e racconti.

A me piace la scrittura e penso che attraverso questa le persone possano avvicinarsi le une alle altre, anche persone sconosciute. E così è stato.

Ci sono opinioni contrastanti sul raccontare i propri sentimenti pubblicamente, ma io personalmente ho sempre pensato che fosse positivo, perché fa riflettere sui sentimenti.

Una volta i diari non erano online, ma cartacei ed esclusivamente personali (si pensi ad Anaïs Nin o a quelli di quando si è piccoli, il nostro scrigno dei ricordi), ma con l’avvento delle nuove tecnologie sono diventati pubblici e “digitali”.

Detto questo, vorrei omaggiare oggi due grandi fotografi che hanno fatto diventare la loro stessa vita oggetto d’arte e del loro corpus un diario pubblico.

La prima è Nan Goldin, pioniera in questo senso, intenta a fotografare tutto ciò che le accadeva con la più assoluta naturalezza.

Se osserviamo i suoi scatti notiamo l’immediatezza con la quale essa si rapporta alla vita, facendo crollare ogni barriere tra la macchina fotografica e i suoi soggetti. Ciò che voleva cogliere era la vita, il suo flusso, così come essa si presentava.

©Nan Goldin

Goldin scatta fin da giovane, ritraendo amici e parenti, ma lo fa in un’epoca in cui ritrarre la propria vita, soprattutto se questa è vissuta al massimo della sua intensità non era poi così banale, né semplice. Sopratutto se si decide che quelle fotografie diventeranno oggetto di mostre e di critica artistica.

Sono gli anni ’70-’80, la piaga dell’AIDS e dell’eroina affliggono la società e ancora non si sa come arginarle; la malattia spezza la vita di giovani anti-eroi poco più che ventenni e Nan si trova immersa completamente in questo mondo.

Un mondo che vive intensamente e che emerge esplicitamente nei suoi scatti.

The Ballad of Sexual Dependency (Aperture Foundation, 1986), oltre a essere un libro meraviglioso, è anche uno slideshow, in cui la Goldin ha racchiuso le fotografie di quegli anni scattate a New York.

Ciò a cui si assiste è la vita della Goldin, un diario intimo caratterizzato dai sentimenti più diversi: paura del futuro, amore, sofferenza, amicizia, depressione, ma anche voglia di vivere.

L’artista stessa afferma: «non ho mai creduto che un solo ritratto possa determinare un soggetto, ma credo in una pluralità di immagini che testimonino la complessità della vita».

Nan racconta il suo mondo e i legami amicali di una vita, con una tale intensità che naturalmente non passano inosservati alla critica; così nel 1996 realizza la prima personale al Whitney Museum di New York, sede in cui presenta un secondo meraviglioso progetto: I’ll be Your Mirror, sull’omosessualità.

Chi ha sempre ammesso il debito verso Nan Goldin è Terry Richardson che più di ogni altro ha saputo sfruttare i social network e la fotografia diaristica per affermarsi come fotografo di fama internazionale.

©Terry Richardson
©Terry Richardson

Di Terry si conosce tutto, grazie al suo lavoro. Se osserviamo le sue immagini, non vi è nessuna differenza tra gli scatti privati e quelli realizzati per la moda: non utilizza una tecnica ricercata e perfetta, ma è caratterizzata da inquadrature casuali e per di più realizzate con qualsiasi mezzo, da una reflex alla fotocamera del cellulare.

Fece scandalo nel 2004 con la pubblicazione del libro Kibosh, che per citare lo studioso Claudio Marra «è una gioiosa reinvenzione della fotografia pornografica, alleggerita da tutti i suoi codici rappresentativi, grazie allo stile “familiare” e antiformalista”».

Un condensato di immagini private che vengono esibite e vissute con assoluta libertà, le quali venivano caricate sul suo photolog Terry Richardson’s Diary, avviato nel 2010.

Diari privati che diventano pubblici, pagine che nascono per essere condivise e che hanno mutato il nostro modo di osservare.

Ciò che una volta era tabù ora è diventato normalità, andando talune volte, oltre ogni limite; ma la condivisione non sempre è negativa, forse perché l’abbiamo assimilata ed è così che iniziamo a conoscere problemi, gioie e dolori che prima non ci erano noti e che invece ora diventano oggetto di discussione e confronto.

Paul Auster diceva: «pensi che a te non succederà mai, che sei l’unica persona al mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succederti tutte, esattamente come succedono a tutti gli altri». In Diario d’inverno, Auster racconta la vita di un uomo che va alla ricerca della verità, non verità universali, ma quelle più semplice, spietate e dolorose, quelle che riguardano se stesso e la propria quotidianità.

Testo di ©Claudia Stritof. Tutti i diritti riservati.
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