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Vite consumate pubblicamente: Nan e Terry
Gennaio 10, 2014

Tanto tempo fa – quando ho aperto questo blog – l’intenzione era quella di parlare di fotografia e di arte, ma ultimamente, per varie coincidenze e contingenze ho scritto con maggior assiduità della mia vita personale.

Negli ultimi mesi ho scoperto l’importanza del diario pubblico, perché, attraverso questo ho conosciuto persone e condiviso storie e racconti.

A me piace la scrittura e penso che attraverso questa le persone possano avvicinarsi le une alle altre, anche persone sconosciute. E così è stato.

Ci sono opinioni contrastanti sul raccontare i propri sentimenti pubblicamente, ma io personalmente ho sempre pensato che fosse positivo, perché fa riflettere sui sentimenti.

Una volta i diari non erano online, ma cartacei ed esclusivamente personali (si pensi ad Anaïs Nin o a quelli di quando si è piccoli, il nostro scrigno dei ricordi), ma con l’avvento delle nuove tecnologie sono diventati pubblici e “digitali”.

Detto questo, vorrei omaggiare oggi due grandi fotografi che hanno fatto diventare la loro stessa vita oggetto d’arte e del loro corpus un diario pubblico.

La prima è Nan Goldin, pioniera in questo senso, intenta a fotografare tutto ciò che le accadeva con la più assoluta naturalezza.

Se osserviamo i suoi scatti notiamo l’immediatezza con la quale essa si rapporta alla vita, facendo crollare ogni barriere tra la macchina fotografica e i suoi soggetti. Ciò che voleva cogliere era la vita, il suo flusso, così come essa si presentava.

©Nan Goldin

Goldin scatta fin da giovane, ritraendo amici e parenti, ma lo fa in un’epoca in cui ritrarre la propria vita, soprattutto se questa è vissuta al massimo della sua intensità non era poi così banale, né semplice. Sopratutto se si decide che quelle fotografie diventeranno oggetto di mostre e di critica artistica.

Sono gli anni ’70-’80, la piaga dell’AIDS e dell’eroina affliggono la società e ancora non si sa come arginarle; la malattia spezza la vita di giovani anti-eroi poco più che ventenni e Nan si trova immersa completamente in questo mondo.

Un mondo che vive intensamente e che emerge esplicitamente nei suoi scatti.

The Ballad of Sexual Dependency (Aperture Foundation, 1986), oltre a essere un libro meraviglioso, è anche uno slideshow, in cui la Goldin ha racchiuso le fotografie di quegli anni scattate a New York.

Ciò a cui si assiste è la vita della Goldin, un diario intimo caratterizzato dai sentimenti più diversi: paura del futuro, amore, sofferenza, amicizia, depressione, ma anche voglia di vivere.

L’artista stessa afferma: «non ho mai creduto che un solo ritratto possa determinare un soggetto, ma credo in una pluralità di immagini che testimonino la complessità della vita».

Nan racconta il suo mondo e i legami amicali di una vita, con una tale intensità che naturalmente non passano inosservati alla critica; così nel 1996 realizza la prima personale al Whitney Museum di New York, sede in cui presenta un secondo meraviglioso progetto: I’ll be Your Mirror, sull’omosessualità.

Chi ha sempre ammesso il debito verso Nan Goldin è Terry Richardson che più di ogni altro ha saputo sfruttare i social network e la fotografia diaristica per affermarsi come fotografo di fama internazionale.

©Terry Richardson
©Terry Richardson

Di Terry si conosce tutto, grazie al suo lavoro. Se osserviamo le sue immagini, non vi è nessuna differenza tra gli scatti privati e quelli realizzati per la moda: non utilizza una tecnica ricercata e perfetta, ma è caratterizzata da inquadrature casuali e per di più realizzate con qualsiasi mezzo, da una reflex alla fotocamera del cellulare.

Fece scandalo nel 2004 con la pubblicazione del libro Kibosh, che per citare lo studioso Claudio Marra «è una gioiosa reinvenzione della fotografia pornografica, alleggerita da tutti i suoi codici rappresentativi, grazie allo stile “familiare” e antiformalista”».

Un condensato di immagini private che vengono esibite e vissute con assoluta libertà, le quali venivano caricate sul suo photolog Terry Richardson’s Diary, avviato nel 2010.

Diari privati che diventano pubblici, pagine che nascono per essere condivise e che hanno mutato il nostro modo di osservare.

Ciò che una volta era tabù ora è diventato normalità, andando talune volte, oltre ogni limite; ma la condivisione non sempre è negativa, forse perché l’abbiamo assimilata ed è così che iniziamo a conoscere problemi, gioie e dolori che prima non ci erano noti e che invece ora diventano oggetto di discussione e confronto.

Paul Auster diceva: «pensi che a te non succederà mai, che sei l’unica persona al mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succederti tutte, esattamente come succedono a tutti gli altri». In Diario d’inverno, Auster racconta la vita di un uomo che va alla ricerca della verità, non verità universali, ma quelle più semplice, spietate e dolorose, quelle che riguardano se stesso e la propria quotidianità.

Testo di ©Claudia Stritof. Tutti i diritti riservati.
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Claudia Stritof
Claudia Stritof, calabrese dal cognome un po' strano. Pensa che la frase “ce lo caghi che sei un artista” tratta da "Le straordinarie avventure di Penthotal" di Pazienza sia geniale, eppure studia arte fin da piccola. Ama la fotografia, collabora con una galleria d'arte di Bologna che adora, ama il mondo del circo e i tatuaggi anche se ne ha solo uno e microscopico. Le piace raccontare ciò che c'e di bello nel mondo, ma anche ciò che è triste perché la vita non è “tutta rosa e fiori” come spesso la raccontano. Pensa fermamente che aveva ragione quel gran furbacchione di Henry Miller quando diceva “il cancro del tempo ci divora” e prima che il tempo la divori, ogni giorno lei si alza e si ricorda che vivere non è scontato.

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