A Sanremo esiste un luogo in cui il rumore del mare sembra dissolversi in un silenzio sospeso, quasi fuori dal tempo. È un silenzio che appartiene alla memoria della Belle Époque, periodo che ha lasciato un’impronta profonda sull’identità della città.
Non parlo dei saloni del Casinò, della bellissima villa Ormond o di quella in cui abitò lo scienziato Nobel, ma di un luogo ancor più segreto: il Cimitero Monumentale della Foce.
Pur trovandosi in una zona urbana, questo cimitero conserva un’atmosfera raccolta. Al suo interno si intrecciano storie locali e internazionali, riflesso della vocazione cosmopolita che ha sempre caratterizzato la Città dei Fiori.

Un tempo, come in molte città europee, le sepolture avvenivano nel cuore degli abitati. La svolta arrivò con le riforme napoleoniche: la legge del 1804 impose la creazione di aree funerarie fuori dai centri urbani, per ragioni igieniche e anche per introdurre una maggiore uguaglianza tra i defunti, superando le differenze sociali legate ai luoghi di sepoltura nelle chiese.
Queste norme arrivarono in Italia nei decenni successivi. È in questo contesto che prende forma la storia dei cimiteri moderni, incluso quello di Sanremo.
Il primo sito funerario sorse in una zona vicina a Forte Santa Tecla, ma venne rapidamente saturato anche a causa di emergenze sanitarie come l’epidemia di colera del 1837.
Nel 1838, per volontà dell’amministrazione guidata dal sindaco Siro Andrea Carli, venne inaugurata la nuova area della Foce. Da allora il cimitero ha seguito la crescita della città, diventando il luogo di sepoltura di molte famiglie europee che scelsero Sanremo come residenza climatica.
Un museo a cielo aperto tra stili e linguaggi artistici
Passeggiare tra i viali del Cimitero Monumentale significa attraversare un vero e proprio museo all’aperto. Le architetture funerarie spaziano tra stili diversi: dal neogotico fino alle forme più moderne del razionalismo, passando per il Liberty e l’Art Déco.
Qui la scultura cimiteriale tocca vette altissime con Vincenzo Pasquali, lo stesso autore della celebre statua della Primavera sul corso Imperatrice. Negli anni ’20, Pasquali realizzò per il cimitero una splendida giovane donna sdraiata in stile Art Déco, usando come modella la propria figlia.

È sempre sua la “Madre dolente” del sacrario ai caduti, un’opera inaugurata il 4 novembre 1923.

Troviamo anche maestri locali come Filippo Ghersi, autore nel 1867 della tenera e tragica tomba dei bambini Johnson che dormono abbracciati.
Due fratellini che hanno ricevuto una delle opere più toccanti ai miei occhi: nella parte superiore sono raffigurati i due piccoli abbracciati con estremo realismo, mentre nella parte inferiore è presente un’ara sacrificale ornata da un bassorilievo simbolico, in cui un angelo viene ritratto nell’atto di allontanare i due bambini dalle braccia della madre.

Di grande impatto è anche la tomba realizzata dal belga Jules Pierre van Biesbroeck, su progetto architettonico di Silvio Gabbrielli. L’opera rappresenta un delicato incontro tra una madre e la figlia scomparsa, mediato dalla figura di un angelo, secondo un’impostazione tipica dell’estetica Liberty.

Tra simbolismo, letteratura e memoria internazionale
Il cimitero è un crocevia di destini straordinari e una menzione speciale merita la sepoltura della pittrice francese Mestrallet.
Ci troviamo ancora nel filone simbolista della commemorazione cimiteriale e la scultura ritrae una donna in bronzo di Alberto Giacomasso.


Il viaggio stilistico prosegue verso la modernità con la tomba razionalista di Gino Marinuzzi, celebre compositore e direttore d’orchestra. La sua sepoltura si distingue per quel linguaggio rigoroso e geometrico tipico della cultura architettonica tra le due guerre.

Con mia enorme sorpresa, ho avuto l’occasione di ammirare anche la tomba del pittore inglese Edward Lear, celebre per i suoi nonsense, oltre ad aver esplorato la mia Calabria e averne lasciato dei disegni straordinari.
A memoria di ciò, sulla lapide, sotto la dicitura Landscape painter, sono incisi i versi che il celebre poeta Alfred Tennyson dedicò all’amico Lear per celebrare i suoi viaggi in Grecia: “With such a pencil, such a pen / You followed distant men; / I read and felt that I was there”.
Lear morì nella sua casa sanremese a causa di una malattia cardiaca. Si tramanda che il suo funerale fu una cerimonia solitaria: l’artista era rimasto solo, dopo la morte del suo amato gatto Foss avvenuta pochi mesi prima, e gran parte dei suoi amici inglesi erano lontani. Accanto a lui però, per sua volontà, riposano i fedeli servitori e amici Giorgio e Nicola Cocali (padre e figlio).
Giorgio Kokali fu il compagno inseparabile di Lear per trent’anni, seguendolo in quasi tutti i suoi viaggi e curando ogni sua necessità.

Tra le tombe si incontrano anche figure legate alla storia politica e sociale, come Lady Caroline Giffard Phillipson, ricordata per il suo impegno a favore della tutela degli animali e per i rapporti con ambienti risorgimentali italiani, in particolare con Garibaldi, con il quale intrattenne una corrispondenza e ricevette in dono una ciocca di capelli.
Un’altra presenza significativa è quella del capitano Angelo Pesante, legato anche lui a Giuseppe Garibaldi, che lo descrisse come uno dei comandanti marittimi più capaci da lui conosciuti. Sulla lapide è presente una frase tratta dai diari di Garibaldi (inserita in un secondo momento), che celebra il capitano per aver salvato interi equipaggi e per aver trascorso sei mesi insieme.
Il cimitero ospita inoltre personalità della scienza come Arthur Hill Hassall e Mario Calvino, agronomo e padre dello scrittore Italo Calvino.
Non manca l’eco di una tragedia collettiva: un gruppo scultoreo ricorda i cinque bambini che nel 1912 precipitarono in una voragine apertasi improvvisamente sotto i loro piedi durante una passeggiata scolastica con i compagni a Sanremo.

Non mancano figure legate alle avanguardie artistiche come Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini), protagonista del Futurismo, e artisti poliedrici come Antonio Rubino, illustratore e creatore di immaginari fiabeschi e sperimentali.
I miei appunti, presi grazie all’esperta guida locale Marco Macchi, ricordano la costruzione della cappella dedicata a San Nicola, realizzata tra il 1906 e il 1907 in stile neogotico. Questo edificio funge da punto di riferimento per la comunità ortodossa ed è circondato da numerose lapidi di importanti personaggi russi deceduti a Sanremo.
Un patrimonio da riscoprire
Il Cimitero Monumentale della Foce ha attraversato periodi di abbandono, con alcune aree rimaste a lungo in condizioni precarie. Solo negli ultimi decenni si è avviato un percorso di recupero grazie all’impegno di realtà locali e interventi di restauro; anche se, ancora oggi alcune sepolture illustri, come quella della famiglia Calvino, risultano inagibili.
Oggi questo luogo rappresenta una straordinaria stratificazione di storia, arte e cultura: un archivio a cielo aperto che racconta oltre un secolo di vita sanremese, tra il XIX e il XX secolo.
Passeggiare tra le sue cappelle e monumenti significa attraversare non solo la storia di una città, ma anche quella di un’intera epoca.











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