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Gabriele d’Annunzio: l’Alchimista della bellezza e il brand dell’inimitabile

23.05.2026

La studiosa Federica Muzzarelli nel suo Moderne icona di moda, compie un’operazione affascinante: ci mostra il momento preciso in cui la fotografia, moda e e modernità si intrecciano fino a generare qualcosa di nuovo: la nascita delle icone di massa. Non più semplici persone, ma immagini destinate a restare.

Tra queste figure magnetiche compaiono Charles Baudelaire, Cléo de Mérode e molte altre presenze ipnotiche, creature che non hanno solo vissuto il proprio tempo, ma lo hanno riscritto con il proprio volto.

In questa collezione di volti non poteva mancare lui, il Vate. Perché Gabriele D’Annunzio fu tra i primissimi a comprendere che non bastava più farsi ritrarre: bisognava costruirsi. Trasformarsi in immagine pubblica. Diventare mito.

Immaginate un uomo che non si accontenta di scrivere la storia, ma decide di diventare egli stesso un’opera d’arte. D’Annunzio non è stato solo un poeta o un soldato; è stato il primo, vero regista della propria leggenda, un uomo capace di trasformare ogni respiro, ogni amante e, soprattutto, ogni abito in un tassello di un mosaico immortale.

L’ossessione del lusso: più che un dandy, uno snob eccentrico

Siamo abituati a chiamarlo dandy, ma questa definizione gli sta stretta. Troppo stretta.

Il dandy cercava l’eleganza del silenzio. D’Annunzio, invece, voleva essere un lampo. Baudelaire cercava il distacco e la freddezza quasi luttuosa del nero, d’Annunzio era animato da un attivismo instancabile, a tratti guerrafondaio, che mal si conciliava con l’impassibilità dandistica.

Egli era, piuttosto, uno “snob eccentrico”.

D’Annunzio voleva abbagliare. Si definiva un «animale di lusso», convinto che la Bellezza fosse un diritto inalienabile, anche a costo di affogare nei debiti. Il suo non era un semplice guardaroba, ma un arsenale di seduzione: centinaia di camicie di seta, scarpe confezionate su misura dai migliori artigiani e abiti che portavano impresso il suo marchio di fabbrica.

Abiti, Vittoriale degli Italiani, 2025. ©Claudia Stritof
Scarpe appartenute a Gabriele d’Annunzio, Vittoriale degli Italiani, 2025. ©Claudia Stritof

Il sarto delle anime: le “vesti magiche” del Vittoriale

C’è qualcosa di profondamente erotico e misterioso nel modo in cui il Vate trattava il corpo femminile.

Non si limitava ad amare le donne; le riplasmava.

Al Vittoriale, la sua “casa di cristallo”, d’Annunzio assumeva il ruolo di un fashion designer. Disegnava per le sue ospiti quelle che chiamava «vesti magiche»: camicie di seta color cipria, negligé trasparenti come ali di farfalla, velluti che trasformavano ogni incontro in una scena da rappresentare.

Arrivò persino a creare un’etichetta personalizzata, Gabriel Nuntius Vestiarius Fecit, trasformando l’atto di vestire in una dichiarazione poetica assoluta.

D’Annunzio capì una verità che oggi diamo per scontata: per diventare leggenda, il proprio corpo doveva passare attraverso l’obiettivo. Nonostante a volte fingesse fastidio per i fotografi, sapeva che l’obiettivo era il suo miglior alleato. Non si imitava a posare: dirigeva. Suggeriva, controllava, costruiva la propria maschera pubblica con una lucidità impressionante, collaborando con fotografi come Mario Nunes Vais e Francesco Paolo Michetti.

Paolo Francesco Michetti, D’Annunzio sulla spiaggia di Francavilla, 1883. Riproduzioni Fondo Michetti ©ICCD ICCD – Archivio Gabinetto Fotografico Nazionale / Riproduzioni Fondo Michetti / inv. n. G016511 – Michetti Paolo Francesco – 1910

Un’eredità di contagio e stile

Se vivesse oggi, avrebbe milioni di follower. Lo chiameremmo un influencer o un fashion blogger ante litteram. Il suo potere mediatico generò un vero «contagio dannunziano»: le donne dell’alta società leggevano le sue cronache per capire cosa indossare, come apparire, come sedurre.

Stava già inventando ciò che oggi chiamiamo Made in Italy e marketing. Fu lui a battezzare La Rinascente, a coniare il nome SAIWA per i biscotti ed affermare con audacia che l’automobile fosse femminile. Aveva intuito che la pubblicità, per funzionare, dovesse diventare arte.

Fu persino un pioniere delle “fake news” a fini promozionali: a soli sedici anni, per vendere la sua prima raccolta di poesie, fece diffondere la notizia della propria morte prematura in seguito a una caduta da cavallo, per poi riapparire vivo e vegeto nel pieno del successo editoriale.

Gabriele d’Annunzio ci ha insegnato che lo stile non è superficie. È un modo di pensare, di stare al mondo, di sfidare la mediocrità borghese e urlare al mondo che la propria vita può, e deve, essere un capolavoro inimitabile, trasformando ogni suo respiro in un leggendario capolavoro.

Stanza della Priora, Il Vittoriale degli Italiani. ©Fondazione Il Vittoriale degli Italiani

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Caleidoscopio culturale  / Trame interdisciplinari

Claudia Stritof
Claudia Stritof, calabrese dal cognome un po' strano. Pensa che la frase “ce lo caghi che sei un artista” tratta da "Le straordinarie avventure di Penthotal" di Pazienza sia geniale, eppure studia arte fin da piccola. Ama la fotografia, collabora con una galleria d'arte di Bologna che adora, ama il mondo del circo e i tatuaggi anche se ne ha solo uno e microscopico. Le piace raccontare ciò che c'e di bello nel mondo, ma anche ciò che è triste perché la vita non è “tutta rosa e fiori” come spesso la raccontano. Pensa fermamente che aveva ragione quel gran furbacchione di Henry Miller quando diceva “il cancro del tempo ci divora” e prima che il tempo la divori, ogni giorno lei si alza e si ricorda che vivere non è scontato.

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