“Se la vita è un gioco di carte, noi siamo nati senza conoscere il nostro ruolo, eppure dobbiamo giocare la nostra mano”.

Questa consapevolezza ha guidato l’artista Niki de Saint Phalle (1930-2002) nella creazione della sua opera più grandiosa: il Giardino dei Tarocchi a Capalbio, in Toscana.
Niki, spirito inquieto e poliedrico, approda all’arte dopo un’infanzia segnata da traumi profondi e una carriera da fotomodella per Vogue e Life.
Nel 1953, in seguito a una crisi nervosa avuta a Nizza, scopre il valore terapeutico della pittura per superare il dolere dettato dagli abusi paterni subiti da adolescente.
Da questa ricerca catartica nacquero le sue celebri Nanas e le performance dei “Tiri”, fino all’incontro fatale con Jean Tinguely, lo scultore dei congegni ferrosi che diventerà suo marito e compagno d’arte.


L’ispirazione per il parco nacque nel 1955 quando l’artista visitò il Parque Guell di Gaudì a Barcellona, unito al fascino esoterico del Sacro Bosco di Bomarzo. Fu così che nel 1979, grazie all’amicizia con Marella Caracciolo Agnelli, Niki diede il via ai lavori a Garavicchio, finanziando l’impresa quasi interamente di tasca propria.
Il giardino è un’opera corale, in cui hanno lavorato artisti come la ceramista Venera Finocchiaro la quale ha creato una vera meraviglia nel giardino, Riccardo Menon, assistente personale, collaboratore e amico venuto con lei da Parigi, e naturalmente, Tinguely, che progettò le anime metalliche delle statue principali.
L’accesso al giardino, realizzato dall’architetto svizzero Mario Botta, è separato da un doppio muro di recinzione in tufo con un’apertura circolare al centro. Una linea di demarcazione tra realtà e sogno, che una volta oltrepassata ci fa accedere a un mondo fantastico.
La Piazza Centrale: tra magia e intuizione
Era uno dei miei sogni nel cassetto visitare il parco e, una volta varcata la soglia, non sapevo le emozioni che avrei provato. Dopo il vialetto in salita si è manifestata la meraviglia perchè da subito abbiamo intravisto le sculture degli Arcani. Poco dopo eccoci nella famosa piazza dominata dal Mago e dalla Papessa, l’uno fuso con l’altra. La Papessa, con la sua enorme bocca aperta (chiara citazione dell’Orco di Bomarzo), dà vita al suo interno a una fontana azzurra, con al centro della vasca, la Ruota della Fortuna di Tinguely che aziona meccanicamente il ciclo dell’acqua.
Poco distante troviamo la Forza, dove una fanciulla domina un drago: un monito a conquistare i propri demoni interiori e anche qui i colori parlano un linguaggio simbolico: il rosso della forza creatrice, il verde della vitalità e il blu della profondità del pensiero.

Tra le sculture che più mi hanno colpita è la Giustizia, al cui interno Jean installò un marchingegno macabro di ferro e ossa per rappresentare l’Ingiustizia, capace di produrre un suono stridente e inquietante che ci ricorda la necessità di confrontarci con i lati più oscuri del proprio Essere. Secondo Niki de Saint Phalle, la vera giustizia implica la conoscenza di se stessi e la capacità di giudicare le situazioni con un occhio compassionevole, senza essere “ciechi” di fronte alle brutture o alle contraddizioni del mondo.
L’opera più sorprendente è l’Imperatrice-Sfinge. Niki non l’ha solo scolpita, l’ha abitata per lunghi anni durante i lavori. Gli interni sono un gioco continuo di specchi: si entra nel “cuore” per il soggiorno, mentre i due seni ospitano rispettivamente la camera da letto e la cucina. È qui che l’artista si riuniva con i collaboratori, protetta da questa “grande madre”.

A breve distanza sorge l’Imperatore, la struttura architettonica più complessa, ispirata allo stile di Gaudì, con un loggiato decorato da mosaici, vetri di Murano e un razzo rosso che svetta verso il cielo.
Proseguendo, il giardino si fa più intimo e perdendoci tra i cespugli incontriamo tante figure diverse e tutte affascinanti. Procedendo nel boschetto ci sono i due Innamorati, gioiose figure fanno il picnic. Al centro del cortile vi è una vasca, dove quattro felici Nanas fanno il bagno, schizzando dai seni getti d’acqua.
Ne la Torre di Babele, un fulmine metallico di Tinguely ne scoperchia la sommità, invitandoci a rompere le mura della mente; e inoltre, nelle zone più boscose si celano il Gatto Ricardo (omaggio a Menon), l’Oracolo e il Profeta, figure che infondono un senso di mistero.

Il percorso scende verso la Morte non è una fine, ma un rinnovamento: un cavaliere blu su un cavallo dorato che falcia il vecchio per far crescere il nuovo. Troviamo poi il Diavolo, con ali di pipistrello, che rappresenta l’energia sessuale ma anche la perdita di libertà, e infine il Mondo, dove una figura femminile danza avvolta da un serpente sopra un meccanismo rotante.
Nonostante la morte di Niki nel 2002, il Giardino rimane un’opera viva, volutamente incompiuta per suo volere, affinché nessuno potesse alterarne l’anima senza il suo controllo.
Un’opera totalizzante che manifesta apertamente anche l’amore tra Niki de Saint Phalle e Jean Tinguely, due visionari legati al movimento dei Nouveaux Réalistes e dopo la morte di Jean nel 1991, Niki ha trasformato il suo dolore in omaggio. La cappella della Temperanza è dedicata alla sua memoria e a quella di Ricardo Menon e al suo interno, un piccolo altare accoglie la fotografia di Jean, vegliata da una Madonna Nera.


Il viaggio spirituale all’interno del Giardino dei Tarocchi è concepito come un percorso di introspezione e scoperta di sé, dove ogni scultura rappresenta una tappa evolutiva dell’anima.
Un mondo unico quello creato da Niki, da visitare in primavera o in estate circondanti da una folta vegetazione e splendente di luci e colori. Un viaggio fisico e mistico nel mondo della magia e degli Arcani per riscoprire sé stessi attraverso l’arte e la natura.

“I Tarocchi sono solo un gioco o indicano una filosofia di vita? Io sono convinta che le carte contengano un messaggio importante. Le origini dei tarocchi sono avvolte nel mistero. Si pensa che i sacerdoti dell’antico Egitto abbiano trasmesso i segreti della loro conoscenza attraverso dei simboli pittorici e che questi simboli siano i ventidue Arcani Maggiori del mazzo dei Tarocchi. si pensa anche che Mosè, avendo ricevuto queste carte dai sacerdoti Egizi, le abbia portate con sé in Israele. Ciò spiegherebbe perché la cabala ebraica è connessa alle ventidue carte (tarot-tora-rota). Il più antico mazzo di tarocchi di cui siamo a conoscenza è italiano ed è stato disegnato da Bonifacio Bembo nel Quattrocento per la famiglia Visconti di Milano. In seguito le carte sono divenute un gioco popolare a tutti i livelli sociali. Usate prevalentemente come gioco esse persero il loro significato originale. Fu solo nel Settecento che Antoine Court de Gébelin riscoprì il valore esoterico dei Tarocchi.
Gli Arcani Maggiori sono incisi nella pietra all’interno del Duomo di Siena. Queste raffigurazioni risalgono al Trecento e Quattrocento – ovvero in un periodo durante il quale molti capi della chiesa, e anche alcuni papi, si interessavano all’astrologia e all’alchimia. (..) Anche Andrea Mantegna si interessò ai tarocchi e li rappresentò in alcune bellissime incisioni che si trovano nella Biblioteca Nazionale a Parigi. I Tarocchi mi hanno dato una chiave di lettura per capire meglio la vita spirituale ed affrontare i problemi della vita. Mi hanno anche aiutato a capire come tutte le difficoltà vadano affrontate una dopo l’altra per poter finalmente conquistare la pace interiore ed il giardino del Paradiso.”
Articolo scritto in data 2/01/2015 e rivisto in seguito alla visita da me svolta nel 2026.












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Bellissimo! L’ho visitato quando vivevo a Grosseto. Fantastico.
Buona serata.